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Il ritorno dei calciatori stranieri in Italia: la riapertura delle frontiere calcistiche (1976-1980)

Alberto Molinari, Ricercatore. Membro della Società Italiana di Storia dello Sport

Nella storia del calcio italiano le vicende legate ai giocatori stranieri hanno avuto una notevole rilevanza, non solo dal punto di vista strettamente sportivo. Il presente contributo intende ricostruire un segmento di questa storia che portò alla riapertura delle frontiere calcistiche italiane nel 1980. Vengono in particolare analizzati i risvolti giuridici, tecnici, economici e politico-sportivo della questione e il ruolo dei diversi attori – i vertici del calcio, le forze politiche, i club, la stampa l’associazione calciatori – che animarono il dibattito su questo tema.

The return of foreign players to Italy: the reopening of football borders (1976-1980)

In the history of Italian football, events involving foreign players have always played a major role, not only from the perspective of sport. This contribution aims to reconstruct part of the historical events that led to the reopening of the Italian football borders in 1980. In particular, the legal, technical, financial and political-sports implications of the issue will be discussed, as well as the role played by the parties involved – the football management, the political forces, the clubs, the press, the Players Association – who all enlivened the debate on this subject.

Keywords: football, foreign players, sports law, sports policy.

 

 

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COMMENTO

Sommario:

1. Introduzione - 2. Da Rovigo a Lussemburgo - 3. Verso la riapertura. Il dibattito politico-sportivo - 4. Le decisioni di Bruxelles, le reazioni in Italia e le nuove norme sui calciatori stranieri - 5. Conclusioni - NOTE


1. Introduzione

Nella storia del calcio italiano i giocatori stranieri hanno recitato una parte importante, non solo dal punto di vista strettamente sportivo. La loro presenza in Italia ha suscitato passioni contrastanti e alimentato polemiche politiche; ha condizionato gli equilibri economici del mondo del pallone e dato vita a contese giuridiche; ha rappresentato talvolta una cartina di tornasole degli atteggiamenti delle istituzioni e del­l’opinione pubblica nei confronti degli stranieri in generale. D’altro canto, le vicende di questi atleti, come singoli o come gruppi legati dalla provenienza geografica, si configurano come un racconto polifonico di grande interesse nel quadro della storia dello sport e dei suoi intrecci con la società italiana e la dimensione internazionale. Alla fine dell’Ottocento una pattuglia di inglesi, svizzeri, mitteleuropei – giunti nel nostro Paese a vario titolo, come imprenditori, agenti di compagnie commerciali, rappresentanti di compagnie di navigazione, ingegneri, tecnici – diede un contributo decisivo alla nascita del calcio italiano. L’influenza degli ambienti esteri suscitò una reazione nazionalistica in una parte del mondo calcistico che si manifestò con l’italia­nizzazione del linguaggio sportivo e culminò nel 1908 con la decisione della Federazione di escludere i club con giocatori stranieri: «si proclamò che al campionato “italiano” non [continua ..]

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2. Da Rovigo a Lussemburgo

La questione dei giocatori stranieri si ripropose in seguito ad una controversia apparentemente di poco conto, nata nel 1973 ai margini del calcio italiano, che si riverberò sull’intero sistema calcistico con effetti dirompenti. Protagonisti della vicenda furono tre avvocati: Mario Mantero, presidente del Rovigo calcio che militava in serie D; Gaetano Donà, padovano, impiegato a Bruxelles presso il Segretariato generale della Comunità Economica Europea; Wilma Viscardini, moglie di Donà, assistente di Diritto delle Comunità Europee all’Università di Padova. Contando su un’imminente riapertura delle frontiere calcistiche italiane, per rafforzare la squadra e attirare pubblico allo stadio Mantero decise di puntare sull’ingaggio di un calciatore straniero. Si rivolse perciò a Donà chiedendogli di prendere contatto con giocatori belgi disposti a trasferirsi in Italia. Il 19 aprile 1973 Donà fece pubblicare sul periodico belga Sportif un’inserzione alla quale risposero alcuni calciatori professionisti. Mantero non prese in considerazione le offerte pervenute a Donà e si oppose al rimborso delle spese per l’annuncio ritenendo l’iniziativa prematura visto che i regolamenti calcistici italiani vietavano ancora l’ingaggio di calciatori stranieri. A sua volta l’avvocato padovano contestò il mancato pagamento e, convinto della insussistenza giuridica [continua ..]

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3. Verso la riapertura. Il dibattito politico-sportivo

La questione dei calciatori stranieri si intrecciava con la situazione critica del sistema calcistico italiano, contraddistinto da profondi squilibri e distorsioni. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, grazie alla crescente popolarità del calcio le entrate delle società erano aumentate, ma i club spendevano più di quanto incassavano. Ciò era dovuto in parte «alla crescita dei compensi ai calciatori e al calciomercato, in altra non minor parte alle numerose e fantasiose uscite di danaro dalle società che costituivano, per i dirigenti, guadagni sotterranei» [23]. Le cifre iperboliche investite per l’ingaggio dei campioni consentivano di mantenere alta la passione dei tifosi e alimentavano la notorietà dei proprietari dei club che puntavano su un ritorno in termini di prestigio, visibilità, influenza e relazioni in ambito economico e politico. La competizione spingeva le società a gestire il calcio facendo un uso disinvolto del denaro e aprendo voragini nei bilanci [24]. La macchina del football accumulò continue perdite, in un quadro economico complessivo che si aggravò negli anni Settanta. Per gli effetti delle crisi monetarie ed ener­getiche, dopo il 1973 l’inflazione in Italia raggiunse la doppia cifra e superò il 20% alla fine del decennio. La crisi economica internazionale pesava anche sul bilancio del calcio: come altri settori fortemente indebitati e con [continua ..]

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4. Le decisioni di Bruxelles, le reazioni in Italia e le nuove norme sui calciatori stranieri

Dopo una serie di incontri tra i presidenti delle Federazioni dei Paesi aderenti al Mercato Comune Europeo per cercare una soluzione di compromesso sul numero di stranieri e sui tempi della riapertura, il 23 febbraio 1978 a Bruxelles Etienne D’Avi­gnon, membro della commissione CEE per l’industria e il lavoro, comunicò ai dirigenti federali le disposizioni comunitarie definitive in materia di calciatori stranieri: eliminazione di qualsiasi restrizione alla libera circolazione dei calciatori, possibilità quindi di tesserare giocatori dell’area comune europea in numero illimitato, impiegandone però inizialmente non più di due. Al termine di un periodo transitorio, era prevista la totale liberalizzazione. Le Federazioni europee dovevano portare all’esame degli organi competenti queste norme per modificare i rispettivi regolamenti e attuare le disposizioni del MEC nella stagione 1979-80 [42]. Le decisioni prese a Bruxelles andavano oltre quanto auspicato dalla maggior parte degli ambienti calcistici italiani e suscitavano forti preoccupazioni per gli effetti di una piena liberalizzazione degli scambi dei calciatori. Scriveva Bruno Raschi: «Le nostre squadre, di intatto, conserveranno solo il colore delle maglie, una identità geografica e basta. Per tutto il resto andranno soggette alle leggi di un mercato imprevedibile» [43]. E Artemio Franchi affermava: «Il giorno in cui una squadra [continua ..]

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5. Conclusioni

All’alba degli anni Ottanta, la riapertura delle frontiere calcistiche, ponendo fine al lungo blocco delle importazioni, segnalava «un epocale cambiamento di tendenza» [58] e si inseriva in una fase di profonda trasformazione del mondo del calcio italiano: il primo contratto firmato dalla Lega per le sponsorizzazioni faceva intravedere le potenzialità di quel mercato; la nomina di Carraro alla presidenza del CONI nel 1978 modificava i rapporti di forza del calcio rispetto ad altre discipline, con ricadute anche in termini economici [59]; la legge n. 91, approvata nel 1981, che eliminava gradualmente il vincolo e garantiva al calciatore la libertà di scegliere il club per il quale prestare la propria opera, rappresentava l’inizio di una rivoluzione nel rapporto tra giocatori e società. La libera circolazione dei calciatori nello spazio europeo venne sancita definitivamente il 15 dicembre 1995 con la celebre sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, nota come «sentenza Bosman», dal nome del giocatore belga che si era rivolto alla Corte per risolvere il suo caso [60]. La sentenza riconosceva come illegittima la garanzia di un indennizzo per la liberazione di un lavoratore dopo la scadenza del contratto; inoltre, applicando l’articolo 48 del Trattato di Roma agli atleti, affermava che non potevano «essere posti limiti né alla tesserabilità né [continua ..]

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NOTE

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